lunedì 2 agosto 2021

Al di là del mare profondo...

"Il delfino possiede, al più alto livello, quella virtù tanto ricercata dai migliori filosofi: l'attitudine ad una amicizia disinteressata. Egli non ha alcun bisogno dell'uomo e, tuttavia, testimonia amicizia e affetto per tutti gli esseri umani." 

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L'amicizia tra uomo e delfino si perde nella notte dei tempi. I pescatori di ogni epoca si guardavano bene dal pescarlo per non far adirare gli dei, ucciderlo poi era presagio di grande sfortuna. Il delfino da sempre considerato amico dell'uomo in quanto guidava le barche verso i banchi di pesci spingendoli nelle reti, in cambio di una piccola parte del pescato. La sua presenza garantiva mare calmo e sicuro, vederli è da sempre propizio e sinonimo di buona fortuna.🐟🐟🐟 Fin dai tempi antichi il legame tra uomo e delfino sono testimoniate da numerose leggende che riguardano il nostro mare. Il mammifero era sacro al Dio Poseidone, che prese le sembianze di un delfino, si unì alla ninfa Melanto generando cosi Delfo che divenne signore dell'isola, prima che Apollo la raggiungesse prendendo il suo posto. La città di Delfi in ogni leggenda prende cosi il nome da questo animale. Quando anche Apollo dovette scortare i cretesi a Delfo, si tramutò in delfino per condurli a destinazione. I cretesi cosi come testimoniano gli affreschi di Cnosso, credevano che i morti dimorassero presso l'isola dei beati posta al limite del mondo conosciuto e che qui sul dorso dei delfini le anime potevano raggiungere la loro ultima dimora.

Il delfino è anche il simbolo di Taranto perché è l’animale che compare in tutte le leggende che aleggiano sulla città. Taras, fondatore della città, giunse in questa regione con una flotta, approdando presso un corso d'acqua che poi da lui stesso avrebbe successivamente preso il nome, il fiume Tara. Taranta in sanscrito ha altresì il significato di mare. Secondo la leggenda, mentre sulle rive italiche dello Ionio, Taras compiva sacrifici per onorare suo padre Poseidone, gli sarebbe apparso improvvisamente un delfino, segno che avrebbe interpretato di buon auspicio e di incoraggiamento per fondare una città da dedicare a sua madre Satyria o a sua moglie Satureia e che chiamò quindi Saturo ( secondo alcuni da Sat-Ur città del sole), o Satyr (valle) località tuttora esistente. Altri due personaggi legati alla città, Falanto e Arione, durante il loro viaggio verso l'Italia, sarebbero stati salvati da un delfino dopo aver fatto naufragio. La fondazione della città viene anche attribuita allo spartano Falanto, figlio di Arato uno dei discendenti di Eracle.

Il mito di Arione tramandatoci da Erodoto, ci narra di questo suonatore di lira che per fare fortuna con la sua arte, si recò in Sicilia dove ottenne peraltro il successo sperato. Ma nel suo viaggio di ritorno presso Taranto i marinai complottarono per ucciderlo costringendolo a gettarsi in mare. Arione che sognò Apollo in suo aiuto, chiese un ultima melodia prima di porre fine alla sua esistenza, gli fu concessa e il suo canto attirò numerosi delfini che si radunarono attorno alla nave. Al termine dell'esibizione si gettò in mare e i delfini lo caricarono sul dorso, portandolo in salvo fino al santuario di Poseidone, ma dimenticò di spingere il delfino al largo e il cetaceo mori di stenti. Apollo impietositosi trasformò il delfino e Arione che comunque si esibì bene, nella costellazione della Lira.

Nel delfino soltanto si trova, in relazione all'uomo, quella cosa che vanno cercando tutti i migliori filosofi, ovvero l'amore disinteressato. Questo animale, infatti, non ha bisogno di ricevere nulla dagli umani e, dal canto suo, nei confronti di tutti gli uomini mostra la sua benevolenza e amicizia, e molte persone ha soccorso in passato.

Plutarco, De sollertia animalium, II sec.

Plinio il Vecchio nella sua "istoria naturae" parla di un'amicizia, e di come il delfino sia diventato simbolo di buon auspicio. La storia narra di un delfino, che dopo la morte del suo amico bambino che ogni giorno saltava sulla sua groppa per attraversare un tratto di mare sulla costa campana tra Baia e Pozzuoli, si lasciò morire dal dolore quando questi mori pungendosi con la sua pinna dorsale.

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Il Dio del mare Poseidone impietosito dal povero animale, lo innalzò tra le stelle del firmamento, nobile gesto che secondo alcuni convinse la ribelle Halosydne (l' "allevata dal/nel mare") la nereide Anfitrite, dalla verde armatura e capelli corvini a cedere e convolare a nozze con lui. Secondo Omero invece il Dio Poseidone se ne innamorò perdutamente dopo averla vista danzare sulla spiaggia di Naxos, ma Anfitrite non apprezzando i modi irruenti del Dio, fuggi via, nuotando lontano nelle profondità marine occidentali. Poseidone mandò allora un delfino per scovare la fanciulla ( là sul mare aperto, fra i flutti di Anfitrite) che aveva trovato protezione presso il titano Atlante (monte).Fu qui che il delfino la scovò e riusci a riportarla tra le sue braccia. Come ricompensa il dio pose l'animale tra le stelle a guardia del cielo settentrionale, presso l'equatore celeste che da bella mostra di sè al volgere dell'estate. Anfitrite era conosciuta con altri nomi, i romani la chiamavo Salacia (dea dell' acqua salata e custode delle profondità marine) e veniva rappresentata circondata dai delfini, e mentre spingeva le onde contro gli scogli. Dall'unione delle nozze divine tra Anfitrite e Poseidone nacque Tritone, Cimopolea, dea della tempesta marina,  Bentesicima, divinità delle onde del mare. La loro madre in alcune leggende viene spesso rappresentata in un cocchio a forma di conchiglia trainata dai delfini e tritoni.


 Anfitrite viene spesso descritta come una sposa calma e tollerante, nonostante l'infedeltà del marito, ma si mostra vendicativa e impetuosa nei confronti di una bellissima ninfa dagli occhi color del mare, che godeva di troppe particolari attenzioni del marito e questo suscitò in lei una grandissima infelicità che si tramutò presto in una feroce gelosia. Questa bella fanciulla si chiamava Scilla, figlia di Forco e Ceto, nonchè sorella di Medusa. Costei scatenò la gelosia di Anfitrite a tal punto che la Regina del mare per liberarsi della sua rivale, fu spinta a chiedere aiuto alla maga Circe che le diede delle erbe da immergere nelle acque in cui la ninfa soleva fare il bagno, la spiaggia di Zancle (Messina). Quando Scilla si immerse nelle acque venne immediatamente tramutata in una creatura mostruosa, le crebbero a dismisura 12 gambe come spire di serpenti e 6 orribili teste di cane. 

«Nel destro lato è Scilla; nel sinistro / È l’ingorda Cariddi. Una vorago / D’un gran baratro è questa, che tre volte / I vasti flutti rigirando assorbe, / E tre volte a vicenda li ributta / Con immenso bollor fino a le stelle. / Scilla dentro a le sue buie caverne / Stassene insidïando; e con le bocche / De’ suoi mostri voraci, che distese / Tien mai sempre ed aperte, i naviganti / Entro al suo speco a sé tragge e trangugia. / Dal mezzo in su la faccia, il collo e ’l petto / Ha di donna e di vergine; il restante, / D’una pistrice immane, che simíli / A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre. / Meglio è con lungo indugio e lunga volta / Girar Pachino e la Trinacria tutta, / Che, non ch’altro, veder quell’antro orrendo, / Sentir quegli urli spaventosi e fieri / Di quei cerulei suoi rabbiosi cani.»

(VirgilioEneide)

Quando Scilla si specchiò sull'acqua e vide il mostro che era diventato scappò via e cercò rifugio in una grotta della costa calabra difronte alla quale dalla parte opposta del mare di Sicilia vi era un antro simile al suo in cui albergava un altro mostro marino Cariddi, anch'essa figlia del dio del mare, rea di aver sottratto e divorato le vacche di Gerione ad Eracle e  per questo Zeus la scaraventò in mare.

Qui le navi che vi passavano dovevano stare molto attente, per non incorrere nell'ira di due fanciulle ferite: dovevano evitare da una parte le insidie di Cariddi che le risucchiava in un vortice e Scilla dall'altra sponda pronte a divorarle. 

<L'acqua scura tre volte, durante il giorno, la inghiotte e la rigetta, tre volte, orrendamente>.  

«Nel destro lato è Scilla; nel sinistro / È l’ingorda Cariddi. Una vorago / D’un gran baratro è questa, che tre volte / I vasti flutti rigirando assorbe, / E tre volte a vicenda li ributta / Con immenso bollor fino a le stelle.»

(VirgilioEneide)

Il mito ci mostra un' Italia difficile da raggiungere, sconosciuta ai più e chi ebbe la fortuna di approdarvi non ci riuscì se non dopo un naufragio e un fortunato salvataggio e dagli eroici natali. E' dunque un mare pericoloso questo! che nasconde numerose insidie per chi non lo conosce e non ha la benevolenza degli dei. Un unico grande popolo di abili navigatori era in grado di domare questo mare impetuoso, ne conosceva ogni inganno, aveva imparato a conoscerlo e vincerlo per poter tornare all' antica madre quella che benediva le sue genti...

CONTINUA...

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Riferimenti bibliografici

Virgilio, Eneide

Plinio Il Vecchio "Naturalis Historia"

MARTA (Museo archeologico Taranto)  

 

foto Gherard. G

Thomas Keller

Stefan keller

Salvator Rosa "Arione e il Delfino" 

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