lunedì 21 giugno 2021

L'isola Mito

L' Isola Mito
"I vuoti storici generano miti e i miti racchiudono sempre un pò di verità"


L' ISOLA DEI BEATI
Avete mai sentito parlare di "Le Isole Fortunate, o Isole dei beati"? (in greco μακάρων νῆσοι, makàron nèsoi, in latino Insulae Fortunatae). Si dice che i greci appresero di queste leggendarie isole dai racconti dei marinai fenici, e da sempre sono collocate presso l'Oceano Atlantico.  Si racconta di un' isola mai battuta dal freddo, da neve o pioggia, ma con eterni soffi rinfrescanti di Zefiro, donati da Oceano.  Descritte come isole lussureggianti, dalla primavera infinita e il dolce clima, dove non vi è alcun bisogno di coltivare la terra, poichè qui i frutti nascono spontanei sotto la benevolenza del divino. Gli dei la riservano solo ai valorosi, qui dimoravano gli eroi nel loro ultimo sonno eterno. Sono spesso identificate con quelle che i greci chiamavano "i campi elisi" o Eliseo. L' ultima dimora di chi era stato amato dagli dei. Un luogo felice, dove  i meritevoli potevano avere una vita serena e bellissima. I Campi Elisi si presentano come immensi campi fioriti, qui regnava incontrastato "l'Asfodelo l'erba degli eroi" che in quest' isola cresce spontaneo. 

Un antica mappa raffigurante la posizione dell'Elysium


Fu il poeta Pindaro che ridusse le "isole fortunate" ad un' unica isola Elysium posta all'estremo occidente oltre le profondità di Okeanòs. Qui vive la gente dall'animo incorruttibile il cui cuore trabocca di gioia seguendo le regole dettate da Cronos.

E vivono non toccati dal dolore nelle isole dei benedetti, lungo la riva del profondo oceano turbinante, eroi felici per i quali la terra produttrice di cereali porta frutti dolci come il miele che fioriscono tre volte all'anno, lontano dagli dei immortali, e Cronos governa loro.

-  Esiodo, Opere e giorni (170)

 Cronos, il Dio che ossessionato dall'idea di essere detronizzato dai propri figli, li ingoiava vivi per assorbirne i poteri non appena che sua moglie Rea li aveva partoriti. Quando Rea fu incinta del suo ultimo figlo Zeus, decise di trarre in inganno il crudele marito, facendogli ingoiare al posto di colui che divenne il padre di tutti gli Dei, una grossa pietra l' Omphalos. Quando Cronos scopri l'inganno, rigettò la pietra e il luogo in cui cadde divenne da allora il centro del mondo. 
Altare preistorico di Monte d'Accoddi, Sardegna: in primo piano l'Omphalos

Kronos/Saturno giace addormentato ad occidente nella sua caverna d'oro, o presso una torre nell'isola dei beati...

 Per Omero è il regno di Radamanto, il figlio di Europa e Zeus e fratello di Minosse. E' il giudice braccio destro di Cronos, insieme governano sui giusti.


Questi sono in numero di due, separati da uno stretto molto stretto; distano diecimila stadi dall'Africa e sono chiamate le Isole dei Beati. Godono di piogge moderate a lunghi intervalli e venti che per la maggior parte sono morbidi e precipitano rugiada, in modo che le isole non solo abbiano un terreno ricco che è eccellente per arare e piantare, ma producono anche un frutto naturale che è abbondante e sano abbastanza da sfamare, senza fatica o problemi, un popolo rilassato. Inoltre sulle isole prevale un'aria salubre, per il clima e per i moderati mutamenti delle stagioni. Poiché i venti del nord e dell'est che soffiano dalla nostra parte del mondo si tuffano nello spazio insondabile e, a causa della distanza, si dissipano e perdono il loro potere prima di raggiungere le isole; mentre i venti di sud e ovest che avvolgono le isole portano talvolta al loro seguito docce soffici e intermittenti, ma per la maggior parte le rinfrescano con brezze umide e nutrono dolcemente il terreno. Quindi una ferma convinzione si è fatta strada, anche tra i Barbari, che qui sia il Campo Eliseo e la dimora dei beati, di cui ha cantato Omero.

-  Plutarco, Vita di Sertorio, VIII, 2 


IL GIARDINO DELL'EDEN NEL MITO SUMERO

Agli albori della civiltà, prima ancora che i Greci avessero natali, nell'antica Sumer si raccontava di Dilmun (oTelmun), un isola lussureggiante dove non esistono dolori, le fatiche della vecchiaia nè malattie o morte, gli uomini vivevano felici e in armonia accanto agli dei. Qui Enki (Dio delle acque profonde) prosperava nel giardino sacro, finchè non osò mangiare i frutti dell'albero della dea Ninhursag "la grande signora" che una volta fu conosciuta come Ki (la terra) e sposa di An (il cielo),  a loro volta conosciuti come Ansar (identificato con Saturno) e Kisar (probabilmente Giove).



Ninhursag la grande madre di tutti gli dei, la saggia Mami "colei che partorisce" e che creò i primi uomini plasmando l'argilla. 



(SUX)

«dili-ni-ne dilmunki-a u-bi-in-nu
ki den-ki dnin-sikil-la ba-an-da-nu-a-ba
ki-bi sikil-am ki-bi dadag-ga-am
dilmunki-a ugamušen gu-gu nu-mu-ni-be
darmušen-e gu darmušen-re nu-mu-ni-ib-be
ur-gu-la saĝ ĝiš nu-ub-ra-ra
ur-bar-ra-ke sila nu-ub-kar-re
ur-gir maš gam-gam nu-ub-zu
šaḫ še gu-gu-e nu-ub-zu
nu-mu-un-su munu ur-ra barag-ga-ba
mušen-e an-na munu-bi na-an-gu-e
tummušen-e saĝ nu-mu-un-da-RU-e
igi-gig-e igi-gig-me-en nu-mu-ni-be
saĝ-gig-e saĝ-gig-me-en nu-mu-ni-be
um-ma-bi um-ma-me-en nu-mu-ni-be
ab-ba-bi ab-ba-me-en nu-mu-ni-be
ki-sikil a nu-tu5-a-ni iri-a nu-mu-ni-ib-sig10-ge
lu id-da bal-e ĝi-de nu-mu-ni-be
niĝir-e zag-ga-na nu-um-niĝin-niĝin
nar-e e-lu-lam nu-mu-ni-be
zag iri-ka i-lu nu-mu-ni-be»

(IT)

«Quando (Enki) da solo a Dilmun giaceva,
il posto dove egli giaceva con sua moglie Ninsikila,
quel posto era puro, quel posto era splendente.
A Dilmun il corvo non gracchiava;
l'uccello-dar non gridava "Dar! Dar!";
il leone non uccideva;
il lupo non sbranava l'agnello;
il cane non soggiocava le capre;
il porco non mangiava l'orzo;
alla vedova quando aveva sparso il malto sul tetto,
gli uccelli non mangiavano il malto;
la colomba non mangiava il seme;
l'ammalato agli occhi non diceva: "Sono ammalato agli occhi!";
colui che aveva mal di capo non diceva: "Ho male al capo!";
la donna vecchia non diceva: "Sono una donna vecchia!";
l'uomo vecchio non diceva: "Sono vecchio!";
la vergine non trovava acqua nella città per bagnarsi;
il traghettatore non diceva: "È mezzanotte!";
l'araldo non andava in giro;
il cantante non cantava [dicendo]: "Elulam!";
fuori della città non si udivano pianti.»

(Enki e Ninḫursaĝa, 8-28. Traduzione di Giovanni Pettinato, in I Sumeri, p.76)





L'Isola di Dilmun corrisponde al biblico giardino dell'Eden, al quel paradiso perduto che fu negato agli uomini per essersi nutriti del frutto proibito.


«La terra di Dilmun è un luogo puro, la terra di Dilmun è un luogo pulito,
La terra di Dilmun è un luogo pulito, la terra di Dilmun è un luogo luminoso;
Colui che è solo se stesso giù nel Dilmun,
Il luogo, dopo che Enki si è pulito, quel luogo è luminoso.»


«La sua città Beve l'Acqua dell'Abbondanza,
Dilmun Beve l'Acqua dell'Abbondanza,
I suoi pozzi di acqua amara, si sono tramutati in pozzi di acqua buona,
I suoi campi e le sue fattorie producono colture e cereali,
La sua città, ecco che è diventata la casa delle banche e le banchine della terra.»



Attualmente l'isola di Dilmun (il cui nome è riferibile ad un particolare tipo di ascia, la bipenne)  è indentificata con l'odierna Bahrein,  sul golfo Persico, qui si sviluppò una florida cultura legata all'estrazione del rame e rappresentava uno sbocco commerciale cruciale per il commercio dei metalli verso la valle dell' Indo. La civiltà collasso improvvisamente a cavallo del 1600 A.C, in concomitanza con lo scarseggiare delle risorse del prezioso metallo per la produzione del bronzo.


«"Ti avevo tuttavia fatto giurare sul cielo e sulla terra
Come An e Enlil in persona,con il loro[...]

Avevano prestato giuramento!"
E Enki(?) fece di nuovo uscire dalla terra Gli esseri-viventi(?).
Frattanto Ziusudra, il re,
Essendosi prostrato davanti ad An ed Enlil,
Questi si affezionarono a lui.
Inoltre gli concessero una vita Simile a quella degli dèi:
Un soffio di vita immortale, come quello degli dèi!
Ecco come il re Ziusudra,
Che aveva salvato gli animali e il genere umano,
Fu insediato in una regione al di là del mare:

 A Dilmun, là dove si leva il sole»

(251-261; traduzione in Bottéro/Kramer, p.604)



Museo Nazionale di Baharain



Le leggende  Babililonesi  ci parlano di Atrahasis/UtaNapyshti (il sumero Ziusundra) re di Suruppak, il primo uomo a cui gli dei donarono l'immortalità, come Adamo era considerato  l'antenato di tutti gli uomini. Il capostipite dei primi uomini abitava un'isola posta all'estremo occidente, secondo altre versioni una montagna, ma visto è considerato che vi approdò dopo che gli dei scatenarono il diluvio universale, l'isola risulta assai più plausibile. Quando Ghilgamesh si avventura in cerca della vita eterna, nessuno prima di Samas aveva mai attraversato il mare... Fu durante il diluvio scagliato dagli dei che Utanapištim "colui che trovò la vita", che a bordo di una nave carica di tutte le specie viventi raggiunse l'isola della giovinezza. Qui insieme a sua moglie per la sua schiettezza e per aver parlato saggiamente, fu benedetto dagli dei diventando immortale. 








 E' su quest'isola, dopo un lungo vagare che l'eroe Ghilgamesh approdò, nel tentativo di sfuggire alla morte.

«Il divino Gilgamesh, colui che andò alla ricerca della pianta della vita,
ha costruito il santuario di Enlil»

(cit. in Giovanni Pettinato, I Sumeri, p.139)






Oltre l'oceano presso le acque della morte si ergeva l'isola della vita...


EGITTO, L'SOLA DELLA CREAZIONE e la PORTA DEL DUAT
Diodoro sosteneva che il mito dell'isola dei beati narrata dal poeta Orfeo, fu ispirata durante un viaggio in Egitto osservando le usanze rituali del luogo. Quando il defunto moriva era consuetudine egizia invocare la formula rituale "a  occidente", che prevedeva un attraversamento delle acque della sacra arca del Dio sole nel suo viaggio verso il Duat, l'aldilà dove il sole tramonta.
Anche gli Egizi avevano la loro isola sacra, l'isola della creazione, nella terra del sacro Amenti. Il regno dei giusti ove dimoravano le anime (il Duat), giunti sin qui per aver superato la pesatura del cuore e da dove i primi faraoni e tutti gli dei provenivano, in cui un giorno avrebbero fatto ritorno. Inizialmente posizionato nel cielo, solo successivamente con il culto di "Osiris Khentimentiu", ossia colui che presiede le genti occidentali viene poi spostato sulla terra. Osiride "il toro dell' Amenti" che è eterno nei campi di Yalu e vivente oltre le acque della morte nell'estremo occidente. Nella tomba di Pepi I (antico regno 2330 A.C) Osiride viene citato come, "colui che con le sue braccia avvolge la terra delle isole fluttuanti nel grande verde" (il Mediterraneo).



Qui le anime prosperavano circondati dal fiume Urnes, numerosi ruscelli e terre fertili,  passando il loro tempo eterno in una vita agreste tra semina e raccolto in abbondanza e armonia, attorniati da "sekhet Yalu"o Aaru IaruAarAalu, una grande distesa di campi che in geroglifico è indicato come hn (han) con il significato di erbacanne o giunchi. Ella era la casa degli esseri primordiali, sorta dalle acque del caos durante la creazione del cosmo, il luogo dove il dio muore ogni sera in attesa di rinascere, era situata ad ovest al volgere del tramonto del sole è li che venivano seppelliti i defunti con la promessa di rinascere. Qui dimorava Amonet/Imentet, la dea misteriosa dell' occidente "colei che è nascosta", di bell'aspetto che porta tra le mani lo uadj (lo scettro), e l' Ankh con il simbolo dell'occidente sulla testa un semicerchio sormontato da due aste laterali. 

Dea Imenet,Tomba di Horemheb valle dei Re 

L’isola della creazione era il mitico luogo da cui ebbero origine l’Egitto e i suoi abitanti. Secondo l'eggittologo E.A.Wallis Budge le prime dinastie egizie provenivano da un antica civiltà occidentale gli Shemsu-Hor cosiddetti "compagni di Horo" la dinastia zero che diede origine ai sovrani d'Egitto.

Le anime di Pe e Nekhten al cospetto di Ramses, Tempio di Abydos


Convinzione vuole che ogni tempio che fu edificato in origine, venne costruito in onore della divinità locale nel tentativo di ricreare la fisionomia dell' isola da cui essi provenivano. 

Da "il libro dei morti": Cerimonia dell'apertura della bocca, British Museum Londra

Nel tempio di Horus, presso l’antica città egiziana di Edfu viene indicato come il luogo dove gli dei trovarono rifugio, essi provenivano dalla “Casa degli Esseri Primordiali", situata su un’isola sacra, distrutta da eventi naturali devastanti, inondazioni e incendi.  

“IL FARAONE MANDׂO' UNA SPEDIZIONE VERSO OCCIDENTE AFFINCHֹE' CERCASSE TRACCE DELLA TERRA D’ATLANTIDE DALLA QUALE, 3350 ANNI PRIMA, GLI ANTENATI DEGLI EGIZI ERANO GIUNTI, PORTANDO CON SֹE' TUTTA LA SAPIENZA E LA SAGGEZZA DELLA LORO TERRA D’ORIGINE.”
"Heinrich Schliemann" presunta traduzione del papiro di san Pietroburgo.


 La vicenda dell'isola della creazione, della quale non conosciamo il nome, si intreccia con  L'Isola del grande verde Hau Nebout uno dei nove popoli dei paesi stranieri.

"All'interno del grande verde galleggiavano le isole degli Hau Nebout" 
egittologo francese Jean Vercoutter.

Gli abitanti delle isole del grande verde furono costretti a lasciare lo loro terre, esuli dalle loro isole invasero l' Egitto mietendo terrore e distruzione: 


«[…] Gli stranieri venuti dal Nord videro le loro contrade devastate […] La loro terra è distrutta, le loro anime sono in angoscia. […] I Popoli del Settentrione complottavano nelle loro isole ma, proprio allora, la tempesta inghiottì il loro paese…La loro capitale è devastata, annientata…»
Medinet Habu 

«I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli»
Ramsess II


SCHERIA l'isola dei FEACI
Nei poemi Omerici emerge anche la favolosa isola di Scheria, terra posta ai confini del mondo, un luogo remoto e irraggiungibile, fertile e feconda, benedetta da un eterna primavera. 
 «Alte vi crescon verdeggianti piante,
Il pero, e il melagrano, e di vermigli
Pomi carico il melo, e col soave
Fico nettareo la canuta oliva.
Nè il frutto qui, regni la state, o il verno,
Pere, o non esce fuor: quando sì dolce
D’ogni stagione un zeffiretto spira,
Che mentre spunta l’un, l’altro matura.
Sovra la pera giovane, e su l’uva
L’uva, e la pera invecchia, e i pomi, e i fichi
Presso ai fichi, ed ai pomi. Abbarbicata
Vi lussureggia una feconda vigna,
De’ cui grappoli il Sol parte dissecca
Nel più aereo, ed aprico, e parte altrove
La man dispicca dai fogliosi tralci,
O calca il piè ne’ larghi tini: acerbe
Qua buttan l’uve i ridolenti fiori,
E di porpora là tingonsi, e d’oro».
Odissea, Canto VII, "Il giardino dei Feaci", trad. Ippolito Pindemonte.

Un fiume attraversa l'isola, dove le donne lavano i panni tra boschi sacri e prati fioriti e sui monti vi abitano le ninfe. 

Parla Nausicaa figlia del Re:

"Noi Feaci discendiamo da Poseidone, tutto in noi persino i nomi propri è in relazione con il mare. Siamo marinai per natura, perché Poseidone ci ha concesso il dono del grande abisso. Viviamo in disparte lontani e nessun mortale ci frequenta!"

ean Alfred Marioton, Ulisse e Nausicaa

Qui regnava Alcinoo re dei Feaci. I Feaci secondo alcuni antiche divinità dell'oltre tomba, dimorano presso la terra dei morti che come abbiamo visto è sempre posto ad occidente dove il sole conclude il suo percorso.


"I Feaci una volta abitavano nell’ampia Iperea,
vicino ai Ciclopi, uomini oltracotanti,
che li depredavano ed erano più forti.
Li tolse di là Nausitoo simile a un dio, li condusse
e insediò a Scheria, lontano dagli uomini che mangiano pane,
cinse la città con un muro, e costruì le dimore,
e fece i templi agli dei, e i campi spartì."

I Feaci di Alcinoo re stimato dal suo popolo, sono abili marinai le loro navi viaggiano veloci senza timone nè timoniere. 

Perché i Feaci non hanno nocchieri,
non ci sono timoni, come ne han l'altre navi,
ma sanno da sole il pensiero e l'intendimento degli uomini,
e san le città e i pingui campi di tutti,
e l'abisso del mare velocissime passano,
di nebbia e nube fasciate; mai hanno paura
di subir danno o d'andar perdute».




IPERBOREA

"Al di là del mare intero, sino ai termini della terra alle sorgenti della notte e ai dispiegamenti del cielo e all’antico giardino di FEBO" (Sofocle).

Era a Delo secondo Erodoto che si poteva sentire molte cose sugli iperborei, poiché la giungevano ambascerie e offerte da quel magico paese lontano. Là spariva Apollo ogni anno e da là ritornava in primavere quando tutto fioriva accompagnato da canti balli e primizie con il suo carro trainato dai cigni. Al suo giungere rondini, usignoli e cicale cantavano per lui. Ben presto in Grecia termine iperboreo assunse il significato di beato, felice. 

Secondo il mito delfico: 
 Né navi ne viandante vi può approdare. Còlà abita il popolo sacro, che non conosce malattia né vecchiaia al quale sono ignote lotte e fatiche.

Ecateo ci dice che in un' Isola non più piccola della Sicilia, al di la del paese dei celti, sotto il cielo delle sacre orse è la dimora degli iperborei, coloro che sono al di là del vento di Borea. 
Un isola fertile che produce molti frutti, dal clima meravigliosamente mite da favorire due raccolti l’anno. Qui è possibile vedere la Luna da vicino e nell'aria volteggiano le piume. I tre figli del vento del Nord onorano Apollo perché vi nacque sua madre Leto, un grande tempio circolare è stato eretto in suo nome. La gente di quel luogo parla una lingua peculiare e hanno grandi affinità con i greci di Atene e Delo. Callimaco parla di offerte e primizie che venivano da coloro che avevano le case al nord al di le spiagge di Borea, antichissima razza.


Quando Apollo nacque, Zeus gli donò un carro di cigni che usò per raggiungere la terra degli iperborei. Si credeva a Delfi e a Delo ed in altri luoghi di culto, che egli si ritirasse per una parte dell’anno presso misteriose lontananze. Il Dio raggiungeva le antiche sponde iperee in inverno per poi tornare a Delo in primavera accolto da danze e canti. Nelle terre iperboree Atena condusse Perseo quando dovette uccidere la Gorgone Medusa. Questo misterioso svanire ad occidente al calar del freddo per poi tornare in primavera, potrebbe rimandare simbolicamente al percorso del sole scandito dal ritmo delle stagioni ma potrebbe anche coincidere con l'arrestarsi dell'attività marinara e commerciale peculiare di questi popoli che a causa delle sfavorevoli condizioni climatiche durante l'inverno erano costretti ad arrestarsi, per poi riprendere con l'arrivo della bella stagione, carichi di merci e primizie in primavera, stagione più propizia alla navigazione.

LE 5 ETA' DELL' UOMO 
Prima vi fu una stirpe Aurea di uomini mortali quando Crono regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore, lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e di braccia, nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni; morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni c'era per loro; il suo frutto dava la fertile terra senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti, sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti, ricchi d'armenti, cari agli dèi beati. Poi, dopo che la terra coprì questa stirpe, essi sono daimones, per il volere del grande Zeus, benigni, sulla terra; custodi degli uomini mortali della giustizia hanno cura e delle azioni malvagie, vestiti di nebbia, sparsi dovunque per la terra, datori di ricchezza: ebbero infatti questo onore regale.


        Poi vi fu la seconda una stirpe peggiore assai della prima, argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore, né per l'aspetto all'aurea simile né per la mente, ché per cent'anni il fanciullo presso la madre sua saggia veniva allevato, giocoso e stolto, dentro la casa; ma quando cresciuti giungevano al limitare di giovinezza vivevano ancora per poco, soffrendo dolori per la stoltezza, perché non potevano da tracotante violenza l'un contro l'altro astenersi, né gli immortali venerare volevano, né sacrificare ai beati sui sacri altari, come è legge fra gli uomini secondo il costume. Allora costoro Zeus Cronide li fece morire adirato, perché gli onori non vollero rendere agli dèi beati che possiedono l'Olimpo.
 E poi, quando anche questa stirpe la terra ebbe coperto, costoro inferi beati sono chiamati presso i mortali, genî inferiori, ma onore anche loro accompagna.

       La terza stirpe fu fatta di bronzo o, in nulla simile a quella d'argento, nata da frassini, potente e terribile: loro di Ares avevano care le opere dolorose e la violenza, né pane mangiavano, ma d'adamante avevano l'intrepido cuore, tremendi; grande era il loro vigore e braccia invincibili dalle spalle spuntavano sulle membra possenti;

Di bronzo eran le armi e di bronzo le case, col bronzo lavoravano poichè il nero ferro non c'era.

E costoro, dalle loro proprie mani distrutti partirono per la tenebrosa dimora di gelido Ade, senza fama; la nera morte per quanto temibili li prese e lasciarono la splendente luce del sole. 

      E poi, dopo che anche questa stirpe la terra ebbe nascosto, di nuovo una quarta sempre di bronzo, sopra la terra feconda, fece Zeus Cronide, più giusta e migliore, di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei, anteriore alla nostra sulla terra infinita. Questi li uccise la guerra malvagia e la battaglia terribile, alcuni a Tebe dalle sette porte, nella terra di Cadmo, combattendo per le greggi di Edipo, altri poi sulle navi al di là del grande abisso del mare condotti a Troia, a causa di Elena dalle belle chiome; là il destino di morte li avvolse; ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini.
 

          
             

Furono dunque i popoli che si batterono valorosamente contro Tebe, che parteciparono attivamente alla spedizione degli argonauti e alla guerra di Troia. Dall'altra Tebe, quella egizia (odierna Luxor) peraltro provengono le ancora discusse iscrizioni di Medinet Habu, che potrebbero parlare proprio di questo antico popolo del bronzo venuto dal mare, che invase l' Egitto nel 1200 A.C. Un popolo che esule dalle proprie terre mise a ferro e fuoco il mediterraneo orientale facendo parlare di sè presso i grandi sovrani del mondo allora conosciuto. In riferimento al racconto di Esiodo, alcuni studiosi sostengono che il popolo della terza stirpe potrebbe corrispondere agli invasori ,che nell'età del bronzo raggiungeso l'elleade, popolo di agricoltori e allevatori dediti al culto del frassino che secondo la mitologia era consacrato al dio del mare Poseidone. Poseidone dio del mare e dei terremoti che punì l'isola di Atlante ed in un giorno ed in una notte la fece sprofondare nell' abisso di Okeànos. Atlantide il cui racconto fu appreso in Egitto da Solone presso i sacerdoti di Sais, di cui tra le tante cose di cui spesso si racconta, si ignora il fatto che Platone ci disse che: l'isola di Atlantide tentò, poi fallendo, l'invasione contro Atene che di certo non poteva ancora esistere nel 9600 A.C. 

Ancora Esiodo sul popolo degli Eroi:

Abitano con il cuore lontano da affanni nell'isole dei beati presso Oceano dai gorghi profondi, felici eroi ai quali dolce raccolto tre volte in un anno, abbondante produce il suolo fecondo, lontano dagli immortali, ed hanno Crono per re;
       
Infine la stirpe del ferro che è quella che tuttora vive sulla terra, la meno nobile di tutti: crudeli, ingiusti, infidi, libidinosi, empi e traditori, quando nascendo i pargoli avranno già grigie le tempie. Zeus punirà anche loro!
Né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte, affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi...



ISOLA SATURNIA 

 Nelle terre d'Irlanda I Tuatha de Danaan furono preceduti dai leggendari Fomori, divinità ancestrali considerati i primi abitatori dell’isola. I primi uomini arrivarono civilizzatori arrivarono su queste sponde sotto la guida di Cessair, figlia di Bith e Noa. Qui gli fu detto di far rotta verso occidente e trovare un luogo per rifugiarsi dopo essere sopravvissuti al diluvio. Uno storico egiziano di lingua greca, Timagene (I sec. a.C.), nel suo libro sugli abitanti della Gallia fa accenno ad una loro antica leggenda, secondo cui essi in tempi remotissimi subirono l'invasione di un popolo esule dalla loro terra natia sopravvissuto ad una catastrofe e proveniente da un' isola sommersa.
 Nell' opera plutarchea il "de facie in orbe lunae" (il volto della luna) uno degli oratori è il cartaginese Silla in uno dei dialoghi attribuiti ad uno straniero racconta aver soggiornato presso un isola posta in estremo occidente nel mare Cronio. Non lontano dall' isola di Calipso figlia di Atlante e Pleione, qui Athena si lamenta con il padre Zeus per la prigionia del suo eroe prediletto:

"...ma io di doglia per l'egregio Ulisse

mi struggo, lasso, chי dai suoi lontano

giorni conduce di rammarico, in quella

isola che del mar giace nel cuore,

e di selve nereggia: isola, dove

soggiorna entro alle sue celle secrete

l'immortal figlia di quel saggio Atlante,

che del mar tutto i piש riposti fondi

conosce, e regge le colonne immense

che la volta sopportano del Cielo..."

(libro II,vv.71-80 nella traduzione di I.Pindemonte, D'Anna, 1959)


la misteriosa Ogigia dove Ulisse approda dopo essere scampato dai mostri marini Scilla e Cariddi situata poco prima dell'isola dei Feaci che lo aiuteranno a tornare a casa. I Feaci gli stessi che Omero giura, erano originari dell'isola di Ogigia e il sangue nelle loro vene era lo stesso dei Ciclopi della Trinacria. 
Arnold Bocklin "Ulisse e Polifemo"


<<Lungi dal mare giace un’isola, Ogigia, a cinque giorni di navigazione dalla Britannia in direzione occidentale. Più in là si trovano altre isole, equidistanti tra loro e da questa, di fatto in linea col tramonto estivo. In una di queste secondo il racconto degli indigeni si trova Crono imprigionato da Zeus e accanto a lui risiede l’antico Briarea, guardiano delle isole e del mare chiamato Cronio>>

Ogigia per Omero è l’ombelico del mare, lontanissima dagli uomini, posta nell’ignoto mare occidentale.
Appena più in la di questa remota isola Zeus teneva rilegato l'antico Dio Crono in compagnia di Briareo, di demoni e qui le messi vi giungono ogni 30 anni.

Un' isola che era situata insieme ad altre 3 oltre Ogigia posta a 5000 stadi (5 giorni di navigazione) da essa tale mare è circondato da un continente abitato sulle coste da Greci ; da lì proveniva lo straniero. Qui la divinità si manifesta a coloro che vengono ammessi nell’isola per mezzo di sogni e di presagi e mediante l’apparizione o la voce di demoni che « lo assistono e lo servono (περιέπειν καὶ θεραπεύειν) », a loro volta dotati di facoltà profetiche. In questo luogo, lo straniero ha avuto l’occasione di venire in contatto con una sapienza superiore.

Qui dunque lo straniero giunse, come egli stesso raccontava. Servì il dio ed ebbe modo di impadronirsi dell’astronomia facendo i progressi tipici di chi pratica la geometria, mentre acquisì il resto della filosofia approfondendo lo studio della natura. 


 Qual' era dunque questa isola Saturnia posta sulla costa ovest della Britannia (anche se ci sarebbe da chiedersi cosa si intendesse per Britannia all'epoca) cinta dal mare Cronio? 




Plutarco parla anche delle isole di Blest il cui popolo poteva "godere di ogni bene senza pena o fatica." Il loro clima era talmente favorevole e mite che: "tutti sono persuasi, persino i barbari, che questa sia la tanto cercata dimora dei Beati"...


TIR NA NOG e il MAG MELL 

Nella mitologia celtica si narra della leggenda dell' isola perduta di Ygrdrassil o Hi-Brasil.  
I primi abitanti dell'Isola di smeraldo, l'Irlanda credevano che quest'isola si trovasse ad occidente nell'oceano atlantico. Il suo nome ha origine nel gaelico da " Hy" che significa Isola e "Breasal" "bello, potente, maestoso" o dall'antico irlandese Uí Breasail (discendenti, clan) . Secondo il mito l'isola giace in mezzo al mare avvolta dalle nebbie, ma ogni sette anni la coltre di nebbia cade per rivelare l'antico splendore di questa terra. A lungo fu cercata da esploratori di mezzo mondo, si pensa che i conquistadores spagnoli credettero di averla trovata in sud America quando vi giunsero, per questo motivo la terra sulla quale approdarono prese successivamente il nome di Brasile. 



Qui gli dei e i primi druidi vivevano in pace e in armonia. Secondo i racconti mitologici, il Mag Mell l' "Altromondo" ossia un mondo invisibile, felice e parallelo a quello degli umani e a loro inaccessibile, era suddiviso in due regni: il Tir Na Nog una sorta di Eden e il Sidh, dove dimorano i Sidhe il piccolo popolo che abita le colline cave che un tempo furono i  Tuàtha de Danann, i figli della dea Danu, semidei delle terre dell'isola leggendaria,  poste oltre la nona onda e governate da il Dio del mare Manannan McLir. Vi erano poi isole benedette, di pace, bellezza, prosperità e vita eterna, sede della felicità e dell'eterna giovinezza, Tir Na Nog per i popoli del nord. Qui era possibile guarire da ogni male e non esisteva vecchiaia nè morte. Al contrario le terre del Sidh erano in continua lotta con il mondo mortale, ed erano inclini alla stessa natura umana, spesso vittime di passioni, gelosie e bramosie di potere. Per questo motivo furono puniti e rilegati a vivere presso la loro isola, nei loro antichi tumuli, divenendo cosi il popolo delle colline. Manannan delle onde ha quindi avvolto per sempre i loro tumuli con la nebbia, per tenerli al sicuro dagli occhi umani e attenzioni indesiderate.
Si dice che ancora vivano presso gli specchi d'acqua e gli antichi Dolmen. 


Tutte queste storie sono trame intrecciate di paesi lontani legati insieme da un antico ricordo, ci narrano la storia di un' isola sacra, grandiosa leggendaria, un' isola felice di armonia e pace che improvvisamente subì l'ira degli Dei e cadde per sempre nell'oblio, punita, oscurata e celata al mondo, ma viva nel ricordo delle sue genti...
Mi piace pensare che storie come queste nascano da un sentire comune, una connessione tra le genti che hanno custodito nella memoria un antico messaggio, cambiato dai diversi percorsi intrapresi e dal continuo raccontare di voce in voce, un ricordo che abbia viaggiato attraverso il mondo e i secoli del tempo, ognuno facendolo proprio arricchendolo di sfumature, colori, ma nonostante tutto a noi familiare e ben conservato nell' interiorità della nostra profonda essenza. Reminiscenze che troveremo ovunque seguendo le vie del mare e i suoi popoli, ci accorgeremo che porta tutto in un unica direzione...Cerchiamola dunque quest' isola del grande verde posta sul mare del tramonto, dove il sole si spegne oltre l'orizzonte concludendo il suo ancestrale percorso, dove vagano le anime dei giusti che attendono di tornare tra i vivi, perchè è laggiù che dobbiamo andare per trovarla, lontano sul mare aperto tra i flutti di Anfitrite, attraverso le onde del mare profondo, dove le Esperidi hanno le case tutte d'oro, li dove nascono gli Dei...



   A Occidente...                                                                                                                                


                                                                                                                                      Fonti Bibliografiche

Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle Divinità dell'Antico Egitto, Torino, Ananke, 2004
Paolo Baratono "Il popolo dell' Isola"
Sardegna "Il grande verde" articolo di Giorgio Valdes, Nurnet
Mario La Ferla "L'uomo di Atlantide"
Atlantide "L'ottavo continente"
barca nuragica rinvenuta a Vetulonia,
Museo Archeologico Firenze
Sergio Frau " Colonne d'Ercole, un inchiesta" 
Walter Otto "Gli dei della Grecia" adelphi editore  
foto di Hany Alashkar 
Foto di jhenning
"Duat" by Sara Forlenza 
(De facie orbis lunae, 942ab, traduzione di Del Corno)
Esiodo  ErgaKaiemera"Opere e Giorni"
Lucas Cranach il vecchio, L'età dell'oro, Nasjonalgalleriet, Oslo
mappa "Cosmogonia Omerica" sciencephoto.com


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